Materiali vegetali per la bioarchitettura: il bambù, il salice e canna comune

Nell’ambito della ricerca e della sperimentazione di materiali vegetali per l’architettura, il bambù gode oggi di una posizione sicuramente privilegiata, dovuta all’interesse che ha suscitato nel mondo occidentale negli ultimi decenni. Infatti questa pianta, della famiglia delle graminacee, serviva come materiale da costruzione, fin da tempi antichissimi, soprattutto nell’area asiatica e in quella latino americana, in cui è da considerare materiale tipico, impiegato nelle tecniche tradizionali e praticamente per qualsiasi tipo di scopo, dal rivestimento degli interni abitativi fino alle parti strutturali degli edifici. La pianta del bambù in queste aree geografiche è così diffusa che in alcune culture essa è diventata anche un simbolo di forza e duttilità, in sintonia con le filosofie orientali: è elastica ma resistente, rappresenta integrità morale e al tempo stesso apertura mentale. E’, inoltre un materiale sostenibile e di rapidissima crescita

In Europa e nel mondo occidentale più in generale, questo materiale (inizialmente impiegato maggiormente nei rivestimenti di interni, come pareti e pavimenti) comincia ad essere conosciuto grazie alle opere di alcuni architetti “pionieri” nella riscoperta delle sue grandi proprietà meccaniche ed ecologiche; primo fra tutti l’architetto colombiano Simon Velez, autore del progetto per il padiglione ZERI dell’expo internazionale di Hannover nel 2000, che rappresenta possiamo dire il manifesto “costruito” dell’architettura ecosostenibile, preso a modello di una vasta serie di sperimentazioni successive, come ad esempio il padiglione di Vergiate (provincia di Varese) del 2002. Un altro esempio, emblematico soprattutto per la resistenza del bambù come materiale da costruzione, è sicuramente il ponte carrabile realizzato da Jorg Stamm in Colombia, con una luce di 52 metri.

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Materiali-vegetali-architettura-guadua-bridgeOltre all’intrinseca bellezza, l’elevata resistenza meccanica, questa pianta cresce ad una rapidità notevole, arrivando fino al 30% all’anno (rispetto al 2-3% degli alberi); questa sua caratteristica è forse la principale spinta che ha indotto il mondo del costruire sostenibile a sperimentarne sempre di più le potenzialità. Recentemente si sono incentivate le realizzazioni di bambuseti, o coltivazioni di bambù, nell’area europea, Italia compresa, luoghi in cui questa pianta non è presente in origine. Poiché il bambù è fortemente adattabile ad una molteplicità di condizioni climatiche, non è difficile creare queste coltivazioni, per contro il problema è riuscire a controllare la crescita e l’espansione di questo arbusto entro i confini definiti, per favorire la coesistenza anche con le foreste pre-esistenti, in maniera bilanciata e senza danneggiare la biodiversità della zona nella quale si va a piantare il bambù.

In Europa invece, sempre della famiglia delle graminacee è presente la Arundo Donax, nota comecanna comune, che cresce spontanea soprattutto lungo i fiumi e i laghi; ha caratteristiche simili al bambù ma è meno versatile, poiché impiegabile solo per rivestimenti e strutture leggere. La canna comune riesce a sopravvivere bene in condizioni di siccità, come in Puglia, dove lo studio LAN, laboratorio architettura naturale, fondato dall’architetto Francesco Poli, ne sperimenta da diversi anni le applicazioni, a metà tra architettura e arte del paesaggio: proprio a marzo di quest’anno il gruppo ha organizzato un evento di costruzione partecipata a Barletta, gratuito e rivolto a tutti, nell’ottica di una serie di iniziative volte a promuovere la conoscenza di questo tipo di materiali e costruzioni alternative, che recuperano anche in parte una certa tradizione da tempo perduta con l’imporsi del cemento e dell’industrializzazione del processo edilizio.

Queste realizzazioni fanno eco alle “architetture viventi”, sperimentate dal gruppo di Stoccarda Sanfte Strukturen di Marcel Kalberer, che da circa 25 anni creano delle strutture in salice che, germogliando dalle proprie talee legnose, con il tempo si trasformano in veri e propri “edifici verdi”. Il salice richiede più acqua della canna comune, il che lo rende meno idoneo a zone secche.

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Bambù, canna comune e salice: sono tre materiali vegetali le cui caratteristiche ecologiche e di resistenza, di crescita rapida e per lo più spontanea, affascinano gli architetti e li spingono a esplorarne le potenzialità, ne fanno materiali da scoprire, o forse da riscoprire.

Fonte: Architettura Ecosostenibile.it